Nei secoli passati la sopravvivenza delle popolazioni montane era legata alla produzione di farine, che fossero di castagne o di cereali. Fosciandora non faceva eccezione. Un territorio coperto in gran parte da selve di castagni consentiva una significativa produzione di farina di neccio; il territorio collinare non era invece particolarmente adatto alla coltivazione dei cereali, tuttavia nei pochi tratti pianeggianti e nei terrazzamenti si coltivavano grano, granturco, segale, farro, avena. Da documentazione di archivio e da riferimenti bibliografici (Gian Mirola ed Ivano Stefani) si desume che nel 1868 c’erano sul territorio ben 15 mulini ad acqua, ridotti a 11 nel 1875. Per avere un’idea dei quantitativi, desumendo dai dati della tassa sul macinato del 1869, si evince che in quell’anno furono macinati 360 quintali di grano, 430 di granoturco e segale, 1260 di altri cereali compresi legumi secchi e castagne; la produzione maggiore era assicurata dal Mulino del Comune in località Salotti sul fiume Ceserano. A parte piccole strutture sui torrenti Ribonosori e Rio, la maggior parte dei Mulini erano posti lungo il Ceserano ed il Rimonio. Alcuni di essi erano dotati di più macine, da utilizzarsi a seconda del prodotto da macinare; in questo senso il più importante era il Mulino di Sotto (detto anche Molin Vecchio), posto sotto Lupinaia lungo il Rimonio, con ben 4 diverse macine funzionanti. Comunque lungo il torrente Rimonio ed i suoi affluenti i mulini erano diversi; tra questi il Mulino della Cerreta, del quale vediamo restano i ruderi ed alcune tracce dei condotti per l’afflusso ed il deflusso dell’acqua.